Lineup
Ven 02 Settembre
Sab 03 Settembre
Dom 04 Settembre
Le Band
(in ordine di scaletta e per chi ha una descrizione editoriale)
Gazebo Penguins
La storia dei Gazebo Penguins è quella di tre ormai ex ragazzotti, che nel bel mezzo di quell’emiliana provincia, “di notti d’attesa di non so più”, si inventano una stramba ragione sociale, Pinguini del Gazebo, e si mettono a fare una roba che prima è semplicemente calarsi gli strumenti sul collo e far casino, e poi diventa nevrotica miscela di post punk, emocore e visceralità a gogò. O come il fatto di suonare tra i confini di Correggio e Zocca, patrie dei santi numi dell’italica estetica del rock, una stramba coincidenza che non può che farti spuntare un sorriso sulle labbra.
E ancora, ci sarebbe da sottolineare quell’altra strana convergenza dell’humus territoriale, che il Po e la pianura padana sono di quei posti intrisi di romanticismo e melanconia, e allora i Gazebo, come tanti altri, che a citarli passeremmo nottate intere, decidono di spostare un po’ il baricentro, sporgendosi a guardare oltreconfine e oltreoceano e rimanendone folgorati. Succede poi che nel bel mez- zo di quella campagna e dei vicoli ciechi, loro finiscono con l’aprirci uno studio di registrazione, l’iGLOO, che è una casa colonica che col tempo diventa meta obbligata di mezza scena hardcore & punk & with attitude tricolore. I concerti, i party, la baldanza, il movimento, un misto di sensibilità e sfrontatezza col quale finiscono irrimediabil- mente per affrontare le cose. La genuinità, che nel loro ultimo lavoro Legna, ce ne sta a pacchi. Ed è la prima cosa che senti, a pelle, come quelle persone che vedi per la prima volta e già capisci che ti potrai fidare. Abbassi la guardia e getti a terra tutte le difese. Legna ti si scaraventa addosso, ti circuisce a forza di sguardi e una volta entrato in contatto empatico non te ne stacchi. Rimani fermo, conti i tempi dispari e i tempi impossibili, provi a segnare la parole, che sono in italiano e allora già ti immagini i sottopalco a urlare in faccia a Capra, Sollo e Piter le canzoni a memoria. Non te ne stacchi. Un io, un tu, che al centro del suo universo racconta di tram persi alle sei in punto, calendari che segnano ricordi, salvadanai rotti e fughe dai tramonti. E ci sono le ombre invisibili, quell’amico che sembrava parlasse da dietro i muri, e otto fottuti pezzi. Ognuno con in dote un piccolo sorso di nolente e violenta quotidianità.
Myspace→
Smart Cops
Brucia più in fretta di una sigaretta l’esordio degli sbirri con più classe del mondo. Quartetto rock per antonomasia, Nicolò (voce), Marco (basso), Matteo (batteria) e Edoardo (chitarra) sono un con- centrato di energia punk sboccata e anacronistica, dritta in faccia e nichilista, ma proprio per questo viva e genuina. Belli, giovani e cattivi. Fasciati in uniformi all-black sparano un concentrato di punk ’77 made in NY (Ramones e Dead Boys su tutti) con influenze garage e beat italiano dei sessanta letteralmente irresistibile. Di quello che ti fa muovere il culo come un ossesso pure seduto al computer e cantare a squarciagola ironici inni sing- a-long debosciati, pungenti, irriverenti e appiccicosissimi. Sempre irrimediabilmente contro, intelligentemente sempre sul crinale del doppiosenso tra il di qua e il di là della barricata: Per proteggere e servire è una delle uscite discografiche italiane più esplosive degli ultimi tempi. Un concentrato assurdo di punk psichedelico , infarcito di abbondanti dosi garage stile The Hives dei giorni migliori, ma registrati peggio, e un cantato velenosamente bastardo, da gruppo beat italiano anni sessanta. Dall’inizio alla fine, una valanga di note, strumenti suonati con una foga allucinante, una mezz’ora per infrangere tutte le regole, come in un inseguimento da poliziottesco italiano degli anni ‘70. Mette al tappeto in 5 minuti netti, ma è tutto a scorrere veloce e impazzito sulle stesse coordinate: voci incazzate, insieme diafane e melodiche su un carrarmato punk-garage-rock senza freni. Roba a originalità zero. Ma di quella che se fatta bene come in questo caso, si torna subito ai vent’anni. Per certe musiche, miglior pregio non può esserci.
Myspace→
WAINES
WAINES è un termine mutuato dallo slang delle nottate palermitane, quando i valori e i riferimenti del mondo diurno saltano e anche le cose più banali ed insospettabili, come una pizza o i ciottoli bagnati di un vicolo del centro storico assurgono a protagonisti, a motori delle azioni umane. Lo stato di alterazione è evidentemente una co- stante nella musica di questo trio palermitano composto da Fabio (vocals, slide gtr, various noises, acoustic guitar), Roberto (groove guitar, noise, background vocals), Ferdinando (drums, percussions, background vocals). ono cresciuti musicalmente insieme: tutti provenienti dai Pastense, rock band che nei primi anni nel nuovo millennio ha bazzicato con spavalderia anacronistica i club di Paler- mo e non solo, riuscendo a formarsi un ampio seguito in Trinacria, soprattutto fra i seguaci del rock blues 60/70. I 3 ex-Pastense si ritrovano nella primavera del 2005 e danno vita al power-trio-bass- free oggi conosciuto come WAINES, appunto (ndr: WAINES si scrive tutto maiuscolo).
Il loro è un rhythm and blues amplificato, o anche un rock’n’roll dalle strane sembianze psycho, con una punta di glam ante-litteram che infittisce ulteriormente il mistero sulla loro personalità artistica. E’ musica dei primordi, suonata senza inganno, sentita, soprattutto sudata.
La caratteristica dei WAINES è quella di utilizzare due chitarre – tra cui una slide – assieme ad una batteria, tirata ad una velocità da capogiro, proprio per rendere più frontale e dinamica la proposta della band. Tra maggio e giugno del 2007 i WAINES sotto la pre- ziosa supervisione di Daniele Grasso (consulenze artistiche per Af- terhours, Cesare Basile, Le Loup Garoup, Hugo Race e John Parish Basta un ascolto al loro ultimo disco STO, secondo lavoro in studio dopo il precedete STU del 2009 per capire di che pasta sono fatti. Una vera e propria abbuffata di riffgranitici, slide guitar imbizzarrite
e rullate telluriche imbastita nel nome del blues, che per i WAINES non è solo un’ispirazione ma una fede, sacro fuocoprimigenio che tutto muove.
Myspace→
I Lombroso
“Credi di conoscermi”, il loro secondo lavoro – che esce a tre anni di distanza dall’omonimo album d’esordio – lo dimostra, spingendo ancora più avanti le possibilità di questo incredibile “power duo” italiano. Su “Credi di conoscermi”, se possibile, si suona ancora di più che sul primo album, mettendo una maggiore cura negli arrangiamenti e (ri)creando un suono e un’atmosfera vintage che, sebbene sia densa di riferimenti al meglio del rock (Beach Boys, Beatles, Stones, Doors, Who) miscelati con la crema del beat e del rock italiano (Equipe 84, Rokes), oggi è in realtà il vero marchio di fabbrica dei Lombroso.
Si può definire un disco “furioso”? Se sì, questa è forse una delle parole più appropriate per raccontare un album pervaso dalla passione per la musica “suonata”. Tutto, in questo disco, è fisico, quasi muscolare, ma di quella fisicità nervosa che non ha niente a che vedere con la potenza fine a se stessa. E’ un disco in cui gli strumenti urlano, si mescolano e si ricompongono nella loro unità, in cui le tracce di batteria hanno la stessa evidenza di quelle di chitarra, di voce o di tastiere. E’ un disco soprattutto costruito sul magico interplay che lega Dario Ciffo e Agostino Nascimbeni, amici di lunga data, Lombroso dal 2003: è quasi impressionante ascoltare il disco e rendersi conto di come sia costruito sulla perfetta interazione tra i due protagonisti, come ogni strumento trovi spazio nei vuoti lasciati dall’altro, come tutto si completi in un sound incendiario e splendidamente definito (la produzione è ancora una volta di Taketo Gohara, che con questo lavoro si candida definitivamente a essere considerato uno dei migliori produttori indie-rock in circolazione).
“Credi di conoscermi” è anche un passo in avanti sul fronte dei testi, firmati ancora una volta da Dario Ciffo e decisamente in crescita rispetto al precedente lavoro. La musicalità delle parole è qui messa al servizio delle canzoni, tratteggiando storie e situazioni personali in modo inconscio, e tuttavia aperto a diverse chiavi di lettura. Dall’iniziale “Si riparte da zero” al brano scelto come chiusura dell’album, la cover del grande successo di
Patty Pravo “Il paradiso” – che qui occupa il posto che nel loro album d’esordio aveva un’altra straordinaria cover, “Insieme a te sto bene” di Lucio Battisti - le canzoni si susseguono come i capitoli di un racconto, finendo per far affiorare parole e frasi sempre più “tangibili”. “Credi di conoscermi” potrebbe raccontare un’immaginaria giornata tipo di un Lombroso, ma anche rappresentare l’occasione per un dialogo allo specchio con la propria parte più nascosta.
Registrato a Milano tra casa di Dario Ciffo e le Officine Meccaniche, mixato nei due luoghi già citati e presso gli studi Adesiva Discografica, prodotto da Taketo Gohara e i Lombroso, l’album è impreziosito dalla presenza di numerosi ospiti/amici, a sottolineare quanto i Lombroso siano una realtà particolarmente vivace e apprezzata sulla scena live: Roberto Dellera (Afterhours) suona il basso in “Sei qui”, Enrico Gabrielli (Mariposa) è al Wurlitzer su “Sempre un po’ più in là”, Matteo Castiglioni (Bugo) mette il suo basso su “Si riparte da zero” e “Sempre un po’ più in là”, Eros Cristiani suona la fisarmonica su “Ciuska”, Marco “Morgan” Castoldi suona il basso sulla title-track e sulla cover de “Il paradiso”, oltre a cofirmare “Tra cinque minuti”, già singolo del suo recente album “DaAadA” e qui riproposto dai soli Lombroso in una versione più coerente con il loro stile.
Dicevamo che i Lombroso sono un mondo a parte. E forse sono loro stessi ad ammetterlo, quando cantano: «vorrei avere meno pensieri eccitanti/ proprio adesso che oramai sono già nel letto/ ed avere più pazienza per un libro/ ma non riesco a sciogliermi/ vivo tutto al limite». Una cosa è certa: il loro è un mondo che vale la pena di frequentare. Su disco e dal vivo. Non ve ne pentirete.
Myspace→
Gattamolesta
La rivelazione Gypsy-Energy-Folk del nuovo panorama musicale italiano suona un ritmo energico e denso di riferimenti balcanici ed etno-beat maturato in centinaia di concerti per il bel paese e l’europa.
Il nuovo folk ha, come è doveroso che sia, decine di vicoli e rivoli ribelli che si muovono con energia meticcia. E così anche i romagnoli Gattamolesta hanno scelto un’aggettivazione personale per la loro musica ed è Urban folk. E dopo un percorso lungo oramai un lustro sono giunti all’album d’esordio intitolato Czeleste, dove suoni acustici incrociano ritmiche balcaniche, attitudini mediterranee ed adriatiche con atmosfere sudate da notte inoltrata. I testi sono sempre attente alle problematiche con piglio poetico surreale e antagonista.
La band ha all’attivo due dischi, uno uscito nel 2007 che propone riarrangiamenti di brani popolari, il secondo, uscito nel 2009, invece è il frutto di un lavoro di componimenti propri dal titolo “Celeste” edito da Felmay, etichetta indipendente torinese. Il front-man e ideatore del gruppo è Andrea Gatta, cantante e chitarrista dall’indubbio appeal, che grazie al suo carisma è in grado di stabilire un’immediata complicità con i presenti. A completare il quartetto troviamo musicisti di ottimo livello quali Nicolò Fiori al conxtrabbasso, Jader Nonni alla batteria e Luigi Flocco alla fisarmonica . I quattro artisti creano uno spettacolo live elettrizzante e divertente dotato di quella coinvolgente esuberanza festaiola e ballereccia degna dei migliori concerti power folk, un bordello di ritmiche Gypsy-Energy-Folk che raccontano di denuncia sociale condite dalla carica tipica delle popolazioni gitane. Il suono di Gattamolesta è vivo e pulsante sin dai titoli (Estasiatica,Polka Punk, Boia Giuda Criminale) e nei brani, tutti originali e firmati dal capobanda, si percepisce forte e chiara, a livello strumentale, la fascinazione per i mille rivoli della musica balcanica sia del passato sia del presente (Bregovic, Kusturica, Gogol Bordello), nonché in generale il debito verso l’estetica gitana.
Myspace→
Deaf Mantra
Combo project interamente vicentino che riunisce membri di The Secret, Whales and Aurora e Godless Crusade. Passo dopo
passo si ritorna agli albori e alle influenze prime di ogni membro della band sintetizzando il tutto in una primordiale preghiera oscura: vibrazioni sconosciute, pischedelia acida e disorientante. Andrej Tarkovskij meets Syd Barret
nel mantra sordo di isolamento sensoriale, solo pochi spiragli di luce in una personale reinterpretazione degli anni '70 più introversi e ritualistici. Balliamo coi serpenti cantando il mantra di noi sordi.
